Presentazione del Muzeo de Milito di Claudio Magris

Riporto qui di seguito la traduzione di servizio in italiano della presentazione della traduzione in esperanto del romanzo di Claudio Magris, Non luogo a procedere, in esperanto La Muzeo de Milito, Il Museo della Guerra. L’ho mandato all’autore per la sua approvazione preventiva, come di consueto. Si tratta di un inedito. La foto è stata scattata da un cameriere dello storico Caffè Tommaseo.

L’autore del romanzo che vi accingete a leggere – o che avete già letto, come preferite, non svelerò la trama qui – l’ho incontrato due volte nella mia vita. La prima volta l’ho incontrato mediante le sue opere. Quando ero adolescente, fui catturato della letteratura in inglese, che consideravo molto più interessante di quella in lingua italiana, ripiegata su se stessa e le complesse identità della penisola italica, secondo la mia interpretazione, senza il coraggio di affrontare l’essenza umana, i temi universali. Che arrogante che ero! Ma mi perdono, per la mia gioventù di allora. Mia madre, altoatesina di famiglia nobiliare, che aveva deciso di rompere la tradizione plurisecolare sposando mio padre, non solo non nobile ma addirittura italiano, ancora di più, veneto, era inquieta per il mio abbandono della letteratura italiana. E si mise a cercare una soluzione. Così, mi prestò il capolavoro di Claudio Magris, allora appena uscito, il cui titolo era Danubio. L’italiano lingua letteraria, ma lo sfondo, a partire da Trieste, di certo non era esclusivamente italiano. Trieste è una città di confine con territori di lingue slave, e si trova nel crocevia tra la sua storia austriaca asburgica, e la sua identità italiana, fortemente voluta dal fascismo, per contrastare la lingua e la popolazione slovena della città. Non sorprende che ricostruire l’identità triestina a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale è stato difficile, ma d’altra parte assolutamente necessario.

Il mio me adolescente, essendo figlio di due confini, tra l’Italia e l’Austria a nord, e tra l’Italia e la Slovenia a est, trovò le opere di Magris familiari, e un’occasione per coltivare l’intelletto. I brevi capitoli, quasi dei dipinti, che caratterizzano lo stile di Magris sono a prima vista senza un legame evidente gli uni con gli altri, a volte contraddittori, ma proprio grazie a questo conflitto giungono al lettore sussurri di eterna verità. Fui rapito dal contenuto e dallo stile. E pacificato con il diritto della lingua italiana di essere uno strumento delle belle lettere, non solo coperto di polvere nelle glorie del passato, ma anche capace di dire qualcosa di importante nella percezione di un adolescente degli anni Ottanta del secolo scorso, gli anni in cui le ideologie, le visioni, le percezioni del mondo, sembravano aver perso un qualsivoglia senso. Le opere di Magris mi avevano portato all’attenzione, che si può trovare la pace dell’animo anche nei microcosmi, proprio nel momento in cui, oltre il confine triestino, la furia della guerra, nutrita dallo sciovinismo delle genti, con dolore mostrava la prima grande caduta del progetto dell’Unione Europea.

Se Danubio mi aveva trasportato con le acque del fiume in un lungo viaggio tra le meraviglie della mitteleuropa, e Microcosmi mi mostrò la bellezza dei viaggi brevi, La Muzeo de la Milito affronta la forma più grande ed evidente del conflitto che l’umanità abbia mai creato: la guerra. Guerra che porta morte. Morte che viene mummificata e glorificata in un museo. Museo che vuole essere pacifista mostrando il contrario della pace, ma che paradossalmente rischia di rendere la guerra un fatto grandioso. Una grandeur da dubitare, che diventa macrocosmica e microcosmica allo stesso tempo, secondo la prospettiva di Magris: si può trovare sia nei grandi fatti storici che nelle macchie di una bacca, che sembrano sangue, che cadono analogamente a persone e imperi. Sopra tutto ciò, rimane il mare, che contempla le avventure umane, probabilmente indifferente.

Perché vale la pena rendere disponibile questo romanzo al pubblico esperantofono? Mentre lo leggevo la prima volte, mi convinsi che questo romanzo non poteva non parlare a molti esperantofoni. L’essenza dell’esperantismo è la interna ideo, l’idea interna, il nucleo della filosofia di Zamenhof, in altre parole l’Homaranismo. Il fondatore della lingua internazionale usò come pseudonimo non solo ‘Dottor Esperanto’ ma anche – tra gli altri – homo sum, sono un essere umano. Seguendo la tradizione dell’Illuminismo, per Zamenhof un essere umano è innanzitutto un essere umano, e solo inseguito un uomo, una donna (oggi dobbiamo aggiungere: un non-binary), o un cristiano, un ebreo o un musulmano – la principale preoccupazione per l’askenazi litvak Ludwik Lejzer. Paradossalmente, per superare il sistema a tre stati dell’ancien régime – il vecchio regime che privilegiava i nobili e il clero, cioè i primi due stati – l’idea universale di Homo venne di fatto sostituita dall’idea particolare di Nazione. Fino all’avvento della globalizzazione di questo secolo, per molti la risposta principale alla domanda “cosa sei?” diventa “sono italiano, tedesco, e simili”. Purtroppo, i confini sempre trasformano i conflitti umani naturali in guerre. Gli uomini che vengono da città di confine come Trieste sentono tali conflitti nella propria identità. Stettino a nord, sul Baltico; Trieste a sud, sull’Adriatico: ecco gli estremi della Cortina di Ferro, secondo la famosa definizione di Winston Churchill. Se la interna ideo vuole ancora parlare a pance, cuori e menti dei contemporanei, non può sorvolare sulla realtà dei confini e le sue conseguenze.

Il titolo originale di questo romanzo sarebbe stato in esperanto ‘Ne procezinde’, Non luogo a procedere, ma ritengo tale titolo non molto comprensibile per il pubblico non italiano (cosa analoga è successa con traduzioni in altre lingue). Ho preferito seguire la traduzione nederlandese e adottare il titolo più trasparente [Il Museo della Guerra, NdFG] che fa riferimento allo sfondo del romanzo. Tuttavia, vale la pena chiarire l’espressione ‘non luogo a procedere’ qui. Si tratta di una espressione tipica del registro giuridico, in cui un giudice decide, che il processo deve fermarsi, a favore dell’accusato. ‘Ne procezinde’ sono le due parole che chiudono la versione in esperanto del romanzo, una versione che non esito definire linguisticamente magistrale. Mi si permetta ringraziare sinceramente l’eminente traduttore, Carlo Minnaja, la cui generosità a questa traduzione non si può lodare troppo. Non potevo immaginare una persona più adatta di Carlo per rendere in esperanto un’opera di Claudio Magris. Difatti, Carlo Minnaja può subito capire molte allusioni, grazie non solo alla sua vasta cultura ma anche al fatto, che appartiene alla stessa generazione dell’autore, e inoltre – come mi ha detto quasi per caso – per il fatto che conosce bene il contesto triestino, per ragioni familiari. Le note a piè di pagina – che in maggior parte dobbiamo a Carlo, io ne ho aggiunte poche – di certo aiuteranno il lettore nel seguire più agevolmente la trama. Qualche volte ho deciso di immergere le note direttamente nel testo, mediante una versione parallela in lingua immediatamente seguente, secondo la figura retorico-stilistica che gli antichi greci chiamavano exergasia e i latini expolitio – in esperanto, una possibile traduzione è: elripetigo. Inoltre, nell’originale italiano ci sono tracce di altre lingue, oltre l’italiano, tra le altre: tedesco, sloveno, ma anche il dialetto triestino del veneto, e l’esotico chamacoco. Tale palette multilingue colora in maniera unica il romanzo, ed ecco il motivo delle expolitio.

Ho detto in precedenza, che ho incontrato Claudio Magris due volte. La seconda volta l’ho incontrato di persona, ad Amsterdam, in occasione della presentazione della traduzione in nederlandese di questo romanzo. E quando ho menzionato il fatto, che detengo la cattedra di esperanto nell’università della città, l’autore quasi sognando ad occhi aperti mi ha detto, che da vent’anni c’erano piani di tradurre in esperanto il suo romanzo principale, Danubio. Per molte ragioni, per il momento non sono riuscito a portare a termine questo compito; d’altra parte, grazie alla collaborazione dell’autore e del suo agente, e naturalmente del traduttore e dell’editore, una fresca traduzione di un’altra opera è diventata realtà. È importante menzionare il fatto, che il volume che tenete in mano è uno dei progetti della cattedra in Interlinguistica ed Esperanto dell’Università di Amsterdam per l’anno 2019, quando il Congresso Italiano di Esperanto ha luogo proprio a Trieste.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *