Perché bisogna chiamarlo sterminio.

Foto di Federico Gobbo su Unsplash

Oggi è il Giorno della Memoria, e quest’anno, nel clima mondiale di ritorno di sciovinismo e intolleranze, sembra essere più sentito del solito. Probabilmente perché molti sopravvissuti ai campi di sterminio sono anziani e il rischio di perdere la memoria si fa più acuto e penetrante, e perché c’è una tendenza sottile e strisciante a minimizzare la condizione di vittima degli ebrei. Non tutte le vittime erano ebree, ma tutti gli ebrei erano vittime, per usare le parole di Elie Wiesel.

Le parole sono importanti. Le parole definiscono la nostra comprensione del mondo. Quando diciamo Shoah, come si legge in apertura del bel WebDoc di RAI Cultura dedicato a questo tema, ci riferiamo allo sterminio del popolo ebraico perpetrato dai nazisti, che furono il bersaglio principale dei carnefici. I numeri sono evidenti: sei milioni di ebrei morti, qualcuno dice di più.

Ci furono altri stermini perpetrati nei campi, con altrettanta ferocia e soprattutto pianificazione sistematica, oserei dire scientifica. L’omocausto, vale a dire l’olocausto degli omosessuali, il silenzio assordante dei triangoli rosa. Ricordo l’emozione di sedermi in riva al canale dell’Homomonument, significativamente vicino alla casa di Anna Frank, ad Amsterdam, quando arrivai in città nel 2014. Lo sterminio di rom e sinti, detto Porajmos (“devastazione”) o Samudaripen (“tutti morti”). Furono perseguitati anche i pentecostali. L’esperanto, in quanto lingua progettata da un ebreo, Ludwik Lejzer Zamenhof, era considerata una lingua pericolosa, e gli esperantisti furono perseguitati in quanto tali. E magari ne ho dimenticato qualcuno. Me ne scuso. La memoria non è un oggetto fisso, è dinamica, va coltivata. Non si smette mai di imparare a ricordare.

Lo sterminio degli ebrei è stato quello primario. Se usiamo il termine ebraico Shoah, ci riferiamo specificamente allo sterminio ebraico. Va ricordato parimenti che ce ne sono stati altri. Non possiamo chiamarlo ‘olocausto’, perché il termine classicamente significa ‘offerta sacrificale a Dio’. Io non sono credente, ma questo non vuol dire che sia giustificato a offendere i credenti. Trovo il termine ‘olocausto’ usato in questo modo offensivo per la loro sensibilità. Ripeto, le parole sono importanti. Soprattutto su un tema così delicato.

L’unico termine ombrello che trovo adeguato è sterminio. Indica con precisione quello che è avvenuto a tutti i prigionieri nei campi, che per l’appunto non erano ‘di concentramento’, erano ‘di sterminio’.