L’esperanto non spera proprio niente, e di certo non di annullare Babele

Pubblicato su Facebook, a seguito della condivisione sul profilo ufficiale della Federazione Esperantista Italiana (FEI) dell’immagine riprodotta in fondo, con la didascalia: ‘Articolo su l’Esperanto di Libero Quotidiano del 23-12-2019.’ Senza commento alcuno. Bastava aggiungere: “Le posizioni dell’autore non necessariamente coincidono con quelle della Federazione Esperantista Italiana” e la FEI avrebbe evitato una figuraccia, secondo il mio immodesto parere.

Per la serie: parlate male di noi, basta che ne parliate. Non ho mai letto tante sciocchezze sull’esperanto in una volta sola, e mi limito a quello che mi risulta visibile da questa immagine sgranata. E vi assicuro che dalla fine degli anni 1990 ne hanno scritte sui giornali italiani di scemenze, sull’argomento. Ce ne voleva per superarle.

Notate la metonimia ‘esperanto’ per ‘esperantisti’ (o, meglio, esperantofoni) nel titolo. Orbene, cultori dell’esperanto che sperano di battere l’inglese, io, non li vedo proprio. Chi impara l’esperanto lo fa perché trova qualcosa nella lingua che altrove non trova. Né nell’inglese, né nel cinese, né nel catalano, né nel klingon (sono i primi esempi che mi vengono in mente). L’autore dell’articolo è malissimo informato sulla sociolinguistica dell’esperanto.

L’ultimo paragrafo dell’articolo sotto esame (per una visione d’insieme, si veda più sotto)

Notate anche quel “ancora”: come dire, sono proprio dei mentecatti che non hanno capito come va il mondo, “in più di un secolo non è riuscito a imporsi” e ha “studiosi e cultori”, chissà perché. Boh. Saranno scemi? Eh, sì, perché ambirebbero “ad annullare la Babele delle parlate”. A parte il fatto che chiamare le lingue ‘parlate’ è allucinante, posso dire che non c’è NESSUN esperantista che pensi di instaurare un monolinguismo mondiale esperanto. Ma nemmeno i peggiori dittatori hanno avuto idee tanto bislacche. Ah, no, qualcuno c’era. Quel georgiano che seguiva le teorie di Marr… Ops, il tale gli esperantisti li ha perseguitati. Ma guarda te che caso.

Erroraccio: Zamenhof non era un “medico polacco”. Era un ebreo. Askenazita. “Rusujano”, si definiva, cioè cittadino russo, e parliamo della Russia degli Zar. Certo, il territorio dove è nato e vissuto è polacco, e quindi è diventato un figlio della Polonia. Ma bisogna fare i necessari distinguo, vista la delicatezza del tema, e l’importanza di questa identità complessa nella genesi dell’esperanto. Ma questo ci porterebbe lontano.

Trovo in rete la prima frase dell’articolo, a firma di tale Giordano Tedoldi: “poche cose sono più misteriose dell’esperanto”. E’ la lingua più open source che esista. Si trova di tutto e di più.

Mi fermo qui. E’ la vigilia di Natale. Voglio essere buono.

Peccato che per scrivere queste panzane abbiano tolto spazio a Vera Gheno (non: “Geno”, a proposito di titoli fallaci!) e alla sua missione di alta divulgazione della lingua italiana.

La pagina intera dell’articolo, come è stata condivisa dalla Federazione Esperantista Italiana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *